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Il paese dei pesci prigionieri è Balikesir, una cittadina turca nella zona del Marmara, dove l'autore ha trascorso l'infanzia. È questo il luogo intorno al quale ruotano tutti i suoi ricordi di bambino, istantanee sfocate dal tempo che hanno l'odore della calura estiva, della dolcezza dell'autunno, del vento secco che soffia sui campi di girasole lungo i bordi delle strade. Immagini sgranate di caffè all'aperto, di persone care, di case ormai abbandonate, del tepore di una stufa a legna intorno alla quale raccogliersi durante i lunghi inverni. Frammenti di una vita segnata dal dolore per la perdita del padre, professore di francese e traduttore di Henri Troyat, che ha scavato nel suo animo di bambino un abisso profondo; una sofferenza resa ancora più acuta, alcuni anni dopo, dall'allontanamento forzato dalla propria famiglia e dalla propria terra, a causa dell'esilio e dei colpi di stato. Il viaggio a Balikesir che Nedim Gürsel compie quarant'anni dopo è forse un modo per combattere quel senso di vuoto e di angoscia che non dà tregua. Scrivere questi ricordi è il suo tentativo di dare un seguito alla vita e alle opere del padre, lasciando che sia la scrittura a calmare le pene, a riempire le crepe del tempo, a smussare le distanze e l'ossessione della morte stessa.